Caso Yara Gambirasio: il mistero della foto satellitare che scagiona Massimo Bossetti

Caso Yara Gambirasio: il mistero della foto satellitare che scagiona Massimo Bossetti

Domani si apre il processo d’appello contro Massimo Bossetti, già condannato all’ergastolo in primo grado per l’omicidio di Yara Gambirasio. Ad un anno esatto dalla sentenza si apre una nuova pagina di uno dei casi di cronaca nera più seguiti e controversi degli ultimi anni. Ci sarebbe anche un colpo di scena dell’ultima ora, una foto satellitare del campo di Chignolo scattata circa un mese prima del ritrovamento di Yara Gambirasio. Un’immagine che i legali della difesa avrebbero inserito nelle motivazioni della richiesta d’appello.

Secondo quanto riportato da Ansa, Salvagni e Camporini avrebbero sostenuto che la sentenza deve essere riscritta perché per i giudici i resti di Yara Gambirasio sono stati abbandonati in quel campo per tre mesi ma la foto satellitare del 24 gennaio 2011 mostra che non c’era alcun cadavere (Yara è stata ritrovata il 26 febbraio 2011). Il settimanale Giallo che da sempre di occupa di cronaca nera più cruenti ha però precisato che la difesa di Massimo Bossetti nella richiesta di appello, citando la foto satellitare dice che nella stessa “appare l’esatto punto del ritrovamento del corpo della vittima che tuttavia parrebbe non essere identificabile”. Yara infatti era vestita di nero e nascosta tra le sterpaglie.

Sempre su Giallo ci sono altri approfondimenti su caso con le anticipazioni di quello che accadrà domani in aula. La difesa di Massimo Bossetti ha interpellato Peter Grill un professore norvegese esperto di genetica. La sua consulenza è molto importante perché alcuni collaboratori hanno dimostrato che il Dna su superfici esterne non si può recuperare dopo 6 settimane. Ricordiamo che Massimo Bossetti è stato incastrato grazie a quella macchiolina isolata sugli slip della vittima. I giudici infatti sostengono che Yara Gambirasio sia stata uccisa perché si è ribellata ad un tentativo di violenza sessuale da parte del muratore di Mapello. La parola però passa alla corte di assise d’appello di Brescia.

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