Cuore a rischio con i carboidrati e non con i grassi

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Gli alimenti ricchi di glucidi, se consumati in quantità eccessiva, hanno il potere di danneggiare il cuore e gli organi dell’apparato cardiovascolare, provocando anche la morte

Glucidi peggio dei grassi

Uno studio presentato a Barcellona nel corso del congresso europeo di cardiologia mette in discussione anni d linee guida di prevenzione della salute cardiaca e da decine di studi e documenti scientifici. Sembra infatti che non siano i grassi la principale causa di danno al cuore, ma i glucidi, ovvero i carboidrati. Pane, zucchero, patate e pasta quindi sono responsabili dei principali problemi cardiovascolari?

Riduzione dei grassi non migliora la salute

La riduzione dei grassi, secondo Mahshid Dehghan, ricercatrice del Population Health Research Institute della McMaster University, non migliorerebbe la salute delle persone, mentre aumentando l’assunzione di cibi contenenti glucidi si possono ridurre notevolmente le possibilità di vivere a lungo e di preservare il più possibile la salute del cuore e dell’apparato cardiocircolatorio. Insomma, le diete con un regime povero di grassi possono essere veramente letali per questi organi. E pensare che si eliminavano i grassi, quindi bistecche di carne rossa e condimenti, per favorire alimenti ricchi di carboidrati! Ma non ci dimentichiamo che anche lo zucchero è un glucido.

Lo studio: glucidi eccessivi letali per il cuore

I risultati delle analisi su oltre 135.000 individui provenienti da 18 paesi a basso, medio e alto reddito, nello studio prospettico epidemiologico gli scienziati hanno dimostrato che è l’elevata assunzione di carboidrati a determinare un maggior rischio di mortalità cardiovascolare. Sulle persone oggetto dello studio, nessun rischio se si diminuiscono i glucidi, cioè in sostanza i carboidrati sotto il 60 per cento dell’energia totale, ma aumentando l’assunzione di grassi totali fino al 35 per cento non si sono riscontrati peggioramenti. Gli individui nella fascia alta del consumo di grassi mostravano una riduzione del 23 per cento del rischio di mortalità totale, ma anche una riduzione del 18 per cento del rischio di ictus e del 30 per cento del rischio di mortalità per cause non cardiovascolari.