Giovani con tumore, al via il programma per farli sentire a casa in ospedale

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Aumentano i giovani con tumore, come se fosse facile condurre una vita senza sapere domani cosa ci riserva, a poco più di 20 o 30 anni.

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Ce ne sono di ostacoli con cui si devono confrontare i giovani con un tumore.Per rispondere ai loro bisogni all’Istituto Clinico Humanitas di Milano è stato messo a punto il progetto AYA (acronimo di Adolescents and Young Adults, adolescenti e giovani adulti), un percorso clinico e psicosociale, per aiutarli a sentirsi a casa nonostante la trafila della malattia.

Giovani con tumore: cosa prevede il progetto AYA

AYA si rivolge ad una specifica fascia di età, compresa tra il mondo del bambino e quello dell’adulto. La definizione del lasso di età è stato oggetto di numerosi dibattiti e modifiche nel corso degli anni, ma sappiamo bene che in Italia, si verificano 15 mila nuovi casi di cancro all’anno tra i 16 e i 39 anni.

Armando Santoro, responsabile del Cancer Center di Humanitas spiega «Gli adolescenti e i giovani adulti appartengono a una terra di nessuno, dove la prognosi risulta essere peggiore rispetto ai pazienti pediatrici e ai pazienti adulti. Mentre la sopravvivenza in oncoematologia per i bambini è cresciuta sensibilmente negli ultimi 20 anni (del 30% prima dei 4 anni e del 40% tra i 5 e i 15 anni), nel gruppo AYA si è assistito solo ad un minimo miglioramento. In questo contesto possiamo sicuramente parlare di un reale gap clinico, biologico e psicosociale».

Le patologie onco-ematologiche maligne (fra cui linfomi, leucemie, sarcomi, tumori germinali e cerebrali) che si presentano negli adolescenti e nei giovani adulti sono la causa più comune di morte nelle società industrializzate, dopo omicidi, suicidi e incidenti non intenzionali.

Giovani con tumore: AYA è una spinta alla speranza

Nel loro percorso clinico i giovani pazienti AYA ricevono supporto degli specialisti del Cancer Center di Humanitas che li seguono in tutte le fasi della cura con un approccio multidisciplinare atto a ridurre le complicanze cliniche a lungo termine e a migliorare la qualità della vita. Questo perchè quando si è giovani è difficile accettare che la vita possa terminare per una malattia terminale.

Per i ragazzi è previsto anche un calendario di corsi settimanali, tra i quali un laboratorio di cucina-sana a cura dello chef-divulgatore scientifico (della Fondazione Umberto Veronesi) Marco Bianchi. O ancora il laboratorio di fotografia curata dal professionista Maki Galimberti, uno di scrittura creativa a cura di Sofia Mede Repaci e così via.

All’interno della special room dedicata agli incontri, i ragazzi hanno votato come logo del progetto il fiore di loto che, per gli orientali è il simbolo della vita e della virtù, nella Grecia antica era il simbolo della bellezza e dell’eloquenza, oggi rappresenta l’ammirazione. I ragazzi hanno spiegato «Lo abbiamo scelto perché è un fiore sobrio nella sua forma che pur rimanendo pulito, affonda le sue radici nel fango della realtà. Inoltre rappresenta la speranza per tutti noi perché i fiori di loto sono piante acquatiche perenni». 
 

 

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