Pensioni e pronostici, nel 2050 sei milioni di italiani saranno poveri

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I pronostici sulle pensioni e l’equilibrio degli anni a seguire non sono floridi. Anzi, più di sei milioni di lavoratori rischiano di diventare poveri in Italia entro il 2050.

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Pensioni, pronostici povertà a causa della mancanza di lavoro

Entrare con ritardo nel mondo del lavoro, vivere una discontinuità contributiva, o una debole dinamica retributiva (caratteristiche diventate basilari purtroppo nelle attività lavorative) sono una serie di fattori che preoccupano la società del nostro Paese, dove le condizioni di nuove povertà, causate da pensioni basse, andranno a peggiorate, inoltre, per l’impossibilità, di molti lavoratori, di contare sulla previdenza complementare come secondo pilastro pensionistico. Questi sono i pronostici preoccupanti lanciati dal focus Censis-Confcooperative “Millennials, lavoro povero e pensioni: quale futuro?”.

Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative dice che “Queste condizioni hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata. Lavoro e povertà sono due emergenze sulle quali chiediamo al futuro governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri. Dobbiamo recuperare 3 milioni di Neet e offrire condizioni di lavoro dignitoso ai 2,7 milioni di lavoratori poveri. Rischiamo di perdere un’intera generazione“.

Pensione, le differenze tra generazioni!

A livello pensionistico esiste un divario troppo grande tra generazioni. Già oggi, il confronto fra la pensione di un padre e quella di un figlio prevede un distacco del 14,6%. Il sistema previdenziale obbligatorio attuale riconosce 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro nel 2010 a 65 anni, una pensione pari all’84,3% dell’ultima retribuzione.

A un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, si riconosce 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, con una pensione pari al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno.

Questo nella migliore delle ipotesi. In alcuni casi lavorare, potrebbe non essere sufficiente. Per i giovani, in particolare, che vivono un vero calo delle remunerazioni, in assenza in Italia di minimi salariali, esiste una più marcata separazione tra le sorti dei lavoratori e la sostenibilità a lungo termine dei sistemi di welfare.

Senza contare poi le varie tipologie di lavoro a “bassa qualità” e a “bassa intensità” che si stanno sempre più sviluppando. Sono, infatti, 171.000 i giovani sottoccupati, 656.000 quelli che godono di contratto part-time involontario e 415.000 impegnati in attività non qualificate.

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