Stop al Qe da gennaio: che cosa cambia in Italia?

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Mario Dragi ha dichiarato che, da gennaio, ci sarà lo stop al Quantitative easing. Ecco cosa cambierà in Italia.

Dopo una decisione che era già stata annunciata qualche settimana fa, Mario Draghi dice addio al Quantitative easing, un paracadute che proteggeva i titoli pubblici e che, in più situazioni, ha salvaguardato i paesi in difficoltà con lo spread, come la stessa Italia. Sarà stop al Qe da gennaio, quindi, con un cambiamento che sarà fondamentale per nostra nazione. I tedeschi che sono contrari al Qe esultano, definendolo un qualcosa di “non convenzionale” per Italia e altri paesi del Sud Europa. In soldoni, adesso la strategia dell’Italia cambia, così come pure i restanti metodi.

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Che cos’è il Quantitative easing?

Prima di approfondire la questione relativa allo stop del Qe, bisognerebbe far chiarezza sulla natura dello stesso. Quantitative easing (Qe) è una formula convenzionale per indicare l’alleggerimento quantitativo (o la facilitazione quantitativa); una formula, cioè, attraverso la quale la Banca Centrale interviene sul sistema economico e finanziario di un paese, aumentando la moneta in circolazione.

Attraverso il Quantitative easing si può intervenire sull’economia del paese manovrando i tassi d’interesse con cui sono concesse monete alle banche. Il Qe è stato adottato nel 2015 dalla Banca Centrale Europea e, dopo tre anni di esistenza, si avvia verso il tramonto.

Stop al Qe: quale sarà il destino dell’Italia?

Lo stop al Qe è abbastanza significativo per il mercato e per l’economia italiana. Per mostrarla attraverso una metafora: l’Italia fino a questo momento in ogni sua azione è stata cullata dalla possibilità di un cuscinetto; senza questo cuscinetto le sue azioni dovranno essere più manovrate e sicure, altrimenti si rischia che lo spread salga a cifre esorbitanti.

Innanzitutto, però, non c’è da avere preoccupazione nell’immediato. Il costo della moneta è pur sempre ai minimi storici e rimarà tale almeno fino al 2019, data in cui il Quantitative easing sarà bloccato del tutto. Nell’immediato, dunque, non accadrà nulla. Per tenere sotto controllo, però, la situazione economica italiana si dovrà fare in modo che le politiche economiche non sbandino rispetto a quello che è l’indirizzo indicato da Pier Carlo Padoan (ex ministro del Tesoro). Anche i toni saranno importanti: bisognerà porsi in un determinato modo rispetto all’Europa per ottenere flessibilità sul deficit in cambio di riforme.

Il possibile scenario dello spread

La situazione dello spread è quella che risulta essere particolarmente sensibile per la questione economica italiana. Il differenziale Btp-Bund non è soltanto un qualcosa di numerico, ma indica anche il risparmio (o la spesa) dell’Italia che, annualmente, va destinato all’Europa. Per fare ancora una volta un esempio pratico: l’anno scorso l’Italia è stata in grado di risparmiare l’1,7% della spesa totale (una spesa pari a 50/60 miliardi di euro) proprio grazie al calo dello spread. La spesa, che pesa gravemente sul debito pubblico dell’Italia, costituisce il 132% del PIL totale.

Tuttavia, gli indicatori negativi che fanno male presagire il futuro italiano senza Qe sono molteplici: basti pensare al rendimento del Bund, che si attesta intorno allo 0,55%, con livelli alti quasi quanto quelli del 2014. Oppure il rendimento dei titoli italiani, che sono meno affidabili – addirittura – di quelli greci e fanno sì che l’Italia sia sprofondata nell’ultimo posto in zona euro.

Al momento, quindi, l’Italia non può assolutamente permettersi un altro sbando in materia di spread: in tal caso, i problemi si rifletterebbero sia sugli investitori, sia sulle famiglie (dal momento che il costo di finanziamenti e mutui si alzerebbe considerevolmente).

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