Sequestro Moro, Obama mette sotto inchiesta Steve Pieczenik

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Autrice d’inchiesta: Simona Zecchi

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L’ex analista dell’antiterrorismo sarebbe stato incriminato dalla giustizia americana per essersi rifiutato di negoziare con le Brigate rosse

In un’intervista al giornalista investigativo Alex Jones, andata in onda il 2 giugno scorso, Steve Pieczenik, l’analista dell’antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano coinvolto nel caso Moro, ha dichiarato che meno di una settimana fa l’amministrazione Obama, attraverso una richiesta ufficiale del Dipartimento di Giustizia firmata dal giudice distrettuale della Florida Cecilia Altonaga, l’ha accusato di complicità nell’omicidio del presidente della Dc, Aldo Moro, e per essersi rifiutato di negoziare il rilascio dei terroristi.

Pieczenik, secondo quanto riporta il sito Infowars, gestito dallo stesso Jones, afferma di essere stato incriminato «per aver concretamente seguito la nostra politica di non negoziazione con le Brigate Rosse». «Trentacinque anni dopo il Dipartimento di Stato e il Dipartimento di Giustizia come ordinato da Obama – ha aggiunto l’ex analista americano – mi hanno chiesto di comparire davanti alla corte in seguito di una richiesta ufficiale del procuratore italiano con l’aggiunta condizione che sarò indagato con rinvio a giudizio se non rivelerò ciò che ho fatto per salvare l’Italia ed essermi rifiutato di negoziare con i terroristi».

A quanto riferisce Infowars a sollecitare un intervento del Dipartimento di giustizia nei confronti dell’ambiguo analista sarebbe stata la magistratura italiana, ma al momento questa ipotesi non trova conferme ufficiali. Pieczenik, psichiatra, specialista in gestioni di crisi ed esperto di terrorismo, secondo quanto rivelò lui stesso in un libro-intervista, durante i 55 giorni del sequestro Moro collaborò gomito a gomito con l’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga.

Fu lui “l’esperto americano” che indirizzò e gestì l’azione di contrasto dello Stato alle Brigate rosse e la sua presenza al Viminale durante il sequestro da molti fu interpretata come una sorta di ”controllo” Usa sulla vicenda che coinvolgeva un Paese all’epoca decisivo negli equilibri Est-Ovest.

Pieczenik nel suo libro rivendicava la scelta di aver finto di intavolare una trattativa con le Br quando invece «era stato deciso che la vita dello statista era il prezzo da pagare». «La mia ricetta per deviare la decisione delle Br era di gestire – spiegava lui stesso – un rapporto di forza crescente e di illusione di negoziazione. Per ottenere i nostri risultati avevo preso psicologicamente la gestione di tutti i Comitati (del Viminale, ndr) dicendo a tutti che ero l’unico che non aveva tradito Moro per il semplice fatto di non averlo mai conosciuto».

Lo psichiatra rivelò anche di aver pianificato l’operazione del Lago della Duchessa, e del falso comunicato n. 7 che annunciava la morte di Moro. «I brigatisti non si aspettavano di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola. Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro».

«Si tratta di un fatto positivo. Se la notizia dell’incriminazione di Pieczenik sarà confermata evidentemente ci sono elementi di novità che a noi sfuggono», commenta a lettera35 il vice presidente dei deputati del Pd, Gero Grassi, promotore della Commissione d’inchiesta sul sequestro Moro di prossima istituzione. «Tutto questo – ha aggiunto l’esponente democratico – dimostra che è necessario fare piena luce su questa brutta pagina della nostra storia, e in questo dovrà contribuire anche la Commissione parlamentare d’inchiesta».

 

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