Il linguaggio inclusivo: evoluzione culturale o imposizione?
16/02/2026
Il linguaggio inclusivo si colloca al centro di un dibattito che coinvolge istituzioni, aziende, scuole e media, poiché incide direttamente sul modo in cui le persone vengono nominate, rappresentate e riconosciute nello spazio pubblico. La questione non riguarda soltanto scelte lessicali o grafiche, ma investe aspetti giuridici, organizzativi e culturali che influenzano comunicazione interna, reputazione e percezione sociale.
Che cos’è il linguaggio inclusivo e quali principi lo guidano
Quando si parla di linguaggio inclusivo si fa riferimento a un insieme di pratiche linguistiche orientate a evitare espressioni che escludano o marginalizzino determinate categorie di persone, con particolare attenzione al genere, all’identità di genere, alla disabilità, all’origine etnica e all’età. In ambito italiano, il tema si concentra soprattutto sull’uso del maschile sovraesteso, tradizionalmente impiegato per indicare gruppi misti, e sulle alternative volte a rendere visibile la presenza femminile o di identità non binarie.
Le linee guida elaborate da enti pubblici e università suggeriscono soluzioni differenti a seconda del contesto: l’uso del doppio genere (“le studentesse e gli studenti”), la riformulazione neutra (“il personale docente” invece di “i professori”), oppure l’impiego di segni grafici come l’asterisco o la schwa. Ogni opzione presenta implicazioni diverse sul piano della leggibilità, della pronuncia e dell’accettazione sociale.
Nel settore pubblico italiano, alcune amministrazioni hanno adottato manuali di comunicazione istituzionale che raccomandano formule inclusive nei documenti ufficiali, soprattutto quando si tratta di bandi, regolamenti o comunicazioni rivolte alla cittadinanza. L’obiettivo è garantire parità di rappresentazione linguistica, in coerenza con principi costituzionali di uguaglianza.
Linguaggio inclusivo nelle aziende e nella comunicazione professionale
Quando il linguaggio inclusivo entra nei contesti aziendali, assume una dimensione operativa che riguarda job description, comunicazione interna, marketing e customer care. Un annuncio di lavoro formulato esclusivamente al maschile può generare una percezione implicita di esclusione, con effetti misurabili sul numero e sulla varietà delle candidature ricevute.
Studi internazionali sul recruiting indicano che la scelta di termini neutri o bilanciati aumenta la probabilità che persone appartenenti a gruppi sottorappresentati si candidino, soprattutto nei settori tecnici. Sostituire espressioni come “il candidato ideale” con formule inclusive o con la seconda persona singolare (“cerchiamo una persona con esperienza in…”) rappresenta una modifica semplice, applicabile immediatamente nei processi di selezione.
Nella comunicazione verso il mercato, il linguaggio inclusivo influisce sulla reputazione del brand: campagne pubblicitarie, newsletter e contenuti social che adottano un lessico rispettoso delle differenze tendono a ridurre il rischio di controversie reputazionali. Tuttavia, l’introduzione di queste pratiche richiede coerenza interna; un’azienda che promuove messaggi inclusivi ma non adotta politiche di diversity e inclusion rischia di essere percepita come incoerente.
Sul piano operativo, molte organizzazioni redigono linee guida interne che definiscono termini preferibili, modalità di declinazione dei ruoli professionali e criteri per la revisione dei testi. L’inclusività linguistica viene così integrata nei processi di comunicazione, senza improvvisazioni.
Aspetti linguistici e criticità tecniche
Nel dibattito sul linguaggio inclusivo emergono questioni strettamente linguistiche, legate alla struttura della lingua italiana e alla sua flessione grammaticale. L’uso del maschile sovraesteso è storicamente consolidato e previsto dalle regole grammaticali tradizionali; modificare questa consuetudine implica interventi su morfologia, sintassi e consuetudini d’uso.
L’introduzione di segni grafici come l’asterisco o la schwa solleva problematiche di accessibilità, poiché i software di lettura vocale per persone non vedenti possono avere difficoltà nell’interpretazione di caratteri non standard. Inoltre, la pronuncia della schwa non è ancora stabilizzata nell’uso comune, generando incertezza nella comunicazione orale.
Una soluzione spesso adottata nei contesti formali consiste nella riformulazione neutra, che evita il ricorso a segni grafici innovativi e mantiene elevata la leggibilità. Espressioni come “la cittadinanza”, “il corpo docente” o “il personale amministrativo” consentono di superare il maschile generico senza alterare la struttura grammaticale.
Dal punto di vista redazionale, l’adozione del doppio genere richiede attenzione alla scorrevolezza del testo, poiché la ripetizione sistematica può appesantire la lettura. Una prassi diffusa prevede l’esplicitazione iniziale di una formula inclusiva, seguita dall’uso alternato delle forme nei paragrafi successivi, mantenendo equilibrio e chiarezza.
Linguaggio inclusivo e quadro normativo
Quando il linguaggio inclusivo viene adottato in ambito istituzionale, si inserisce in un contesto normativo che promuove la parità di trattamento e la non discriminazione. La Costituzione italiana sancisce il principio di uguaglianza all’articolo 3, mentre normative europee e nazionali disciplinano il divieto di discriminazione per genere, orientamento sessuale, origine etnica e disabilità.
Sebbene non esista un obbligo generalizzato di utilizzare forme linguistiche specifiche, molte amministrazioni pubbliche hanno recepito raccomandazioni interne per adeguare la comunicazione ai principi di inclusione. In ambito universitario, ad esempio, sono stati pubblicati vademecum che suggeriscono l’uso sistematico del femminile per le cariche ricoperte da donne, come “la ministra” o “la sindaca”, in coerenza con l’evoluzione dell’uso linguistico.
Nel settore privato, l’adozione del linguaggio inclusivo rientra spesso nelle politiche ESG (Environmental, Social, Governance), che includono parametri legati alla responsabilità sociale e alla gestione delle risorse umane. Documenti come il bilancio di sostenibilità possono riportare linee guida linguistiche coerenti con gli impegni aziendali in materia di diversità.
Evoluzione culturale o imposizione: elementi per una valutazione
Nel valutare se il linguaggio inclusivo rappresenti un’evoluzione culturale o un’imposizione, è utile considerare come le lingue si siano trasformate nel tempo in risposta a cambiamenti sociali, economici e giuridici. L’introduzione di termini come “ministra” o “avvocata”, oggi presenti nei dizionari, dimostra che l’uso linguistico può adattarsi alla realtà professionale e istituzionale.
Le resistenze emergono quando le modifiche vengono percepite come obbligatorie o quando incidono sulla fluidità comunicativa; per questo motivo, molte organizzazioni adottano un approccio graduale, privilegiando soluzioni che mantengano equilibrio tra inclusione e chiarezza. L’efficacia di una scelta linguistica si misura nella sua capacità di essere compresa, accettata e applicata senza generare ambiguità.
In ambito operativo, la decisione di adottare pratiche di linguaggio inclusivo può essere preceduta da un’analisi del contesto di riferimento, del pubblico destinatario e degli obiettivi comunicativi. La coerenza tra valori dichiarati e modalità espressive contribuisce a rafforzare credibilità e trasparenza, elementi centrali nella comunicazione istituzionale e aziendale.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to