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Ulcera gengiva: cause e cura delle afte gengivali

21/06/2026

Ulcera gengiva: cause e cura delle afte gengivali

Le ulcere della mucosa orale rappresentano una delle condizioni più frequenti nella pratica odontoiatrica e medica generale, eppure la loro gestione clinica rimane spesso approssimativa, affidata a protocolli empirici trasmessi più per abitudine che per evidenza. L'ulcera gengiva — nella sua forma aftosa, traumatica o associata a patologie sistemiche — produce una sintomatologia dolorosa che interferisce con la masticazione, la fonazione e la qualità complessiva della vita quotidiana del paziente, rendendo necessaria una diagnosi differenziale accurata prima di avviare qualsiasi trattamento.

Distinguere un'afta genuina da una lesione reattiva o, peggio, da una lesione potenzialmente maligna richiede un'attenzione clinica che non si riduce all'ispezione visiva superficiale: la sede, i margini, la durata, il numero delle lesioni e il contesto anamnestico del paziente sono variabili che orientano la diagnosi in modo determinante. Un'ulcera gengiva localizzata, a margini netti e fondo giallastro, con risoluzione spontanea entro dieci-quattordici giorni, ha un profilo biologico completamente diverso da una lesione persistente, a margini irregolari, che non tende alla guarigione; trattare le due come equivalenti è un errore che si incontra con una frequenza preoccupante.

Le pagine che seguono affrontano il tema con la profondità che merita: cause, meccanismi patogenetici, criteri diagnostici e opzioni terapeutiche, con particolare attenzione alle presentazioni gengivali, anatomicamente più complesse rispetto alle lesioni che insorgono sulla mucosa labiale o sul palato molle.

Eziopatogenesi delle lesioni aftose a livello gengivale

La genesi delle afte ricorrenti — tecnicamente stomatite aftosa ricorrente, o SAR — non è ancora del tutto chiarita, ma i dati disponibili convergono verso un meccanismo immunomediato in cui linfociti T citotossici aggrediscono l'epitelio mucosale in risposta a trigger locali o sistemici che variano considerevolmente da paziente a paziente. A livello gengivale, la presentazione aftosa è meno comune rispetto alla mucosa non cheratinizzata (mucosa labiale, superficie ventrale della lingua, pavimento orale), ma quando si manifesta tende a essere particolarmente dolorosa per via della compressione meccanica cui è sottoposta la gengiva durante la masticazione e per la colonizzazione batterica del solco gengivale che rallenta i processi riparativi locali.

Tra i fattori scatenanti documentati con maggiore coerenza vi sono le alterazioni del microbiota orale, le carenze nutrizionali — vitamina B12, folati, ferro — e gli stati di immunodepressione relativa legati a stress cronico, alterazioni del sonno o patologie sistemiche quali il morbo di Crohn, la celiachia non diagnosticata e il lupus eritematoso sistemico; in questi ultimi casi, l'ulcera gengiva ricorrente può essere la prima manifestazione clinicamente evidente di una condizione che richiede approfondimento internistico. Il trauma occlusale e il contatto prolungato con materiali restaurativi incompatibili rappresentano ulteriori vettori patogenetici da non trascurare nella valutazione del paziente odontostomatologico.

Caratteristiche cliniche e diagnosi differenziale

L'afta gengivale nella sua forma minore — la più diffusa, con diametro inferiore a un centimetro — si presenta come un'erosione superficiale circondata da un alone eritematoso, con fondo fibrinoso di colore bianco-giallastro e dolore sproporzionato rispetto alle dimensioni apparenti della lesione; la forma maggiore, più rara, supera il centimetro di diametro, persiste per settimane e può lasciare cicatrici alla guarigione. La localizzazione gengivale impone una diagnosi differenziale particolarmente rigorosa con la parodontite ulcerativa necrotizzante (PUNP), il pemfigoide delle membrane mucose, il lichen planus erosivo e — nei soggetti con fattori di rischio (tabacco, alcol, HPV ad alto rischio) — il carcinoma squamocellulare in fase precoce.

Un criterio pratico di sospetto clinico è la durata: qualsiasi ulcera gengiva che non mostra segni di riepitelizzazione entro tre settimane va biopsiata, senza eccezioni e indipendentemente dall'aspetto macroscopico. La palpazione perilesionale è altrettanto informativa: un'area di indurimento sottomucoso in assenza di infezione evidente deve indirizzare immediatamente verso l'esame istologico. Nei pazienti immunocompromessi — trapiantati, in chemioterapia, con infezione da HIV non controllata — il quadro può essere mascherato da una risposta infiammatoria attenuata, e la lesione presentarsi meno eritematosa e meno dolorosa di quanto ci si aspetterebbe, rendendo il monitoraggio ancora più critico.

Fattori sistemici associati e valutazione del paziente

Una storia di afte gengivali ricorrenti, con più di tre episodi nell'arco di dodici mesi, giustifica un iter diagnostico sistemico che va al di là della semplice visita odontoiatrica: l'emocromo con formula, i livelli sierici di vitamina B12, ferritina e folati, gli anticorpi anti-transglutaminasi per escludere la celiachia e, nei casi con sintomi articolari o cutanei associati, un pannello autoimmune di base rappresentano accertamenti di prima istanza che spesso rivelano condizioni trattabili alla radice. Il miglioramento della frequenza e dell'intensità delle ulcere dopo correzione della carenza nutrizionale — in particolare di B12 e ferro — è documentato in letteratura con sufficiente solidità da giustificare il trattamento empirico anche in assenza di valori sierici francamente patologici, qualora i livelli si collocassero nel quartile inferiore della norma.

L'anamnesi farmacologica merita uguale attenzione: nicorandil, metotrexato, FANS, alcuni farmaci antiretrovirali e gli inibitori di mTOR sono associati a ulcerazioni orali aspecifiche che possono localizzarsi a livello gengivale e che tendono a risolversi con la sospensione o sostituzione del farmaco responsabile. Interrogare il paziente con precisione sui tempi di insorgenza delle lesioni rispetto all'inizio di nuovi trattamenti farmacologici è una precauzione che riduce sensibilmente il numero di diagnosi errate.

Opzioni terapeutiche locali e sistemiche

Il trattamento dell'ulcera gengiva aftosa si articola su più livelli di intensità, calibrati sulla frequenza degli episodi, sull'entità del dolore e sull'impatto funzionale per il paziente. Per le forme minori sporadiche, la terapia topica con corticosteroidi — triamcinolone acetonide in pasta adesiva, clobetasolo propionato in gel — riduce la durata e l'intensità dolorosa se applicata nelle fasi iniziali, preferibilmente entro le prime ventiquattro ore dalla comparsa della lesione; l'applicazione su mucosa gengivale è tecnicamente più difficile rispetto alla mucosa labiale per via della minore aderenza del gel alla superficie cheratinizzata, e richiede isolamento accurato e asciugatura del sito prima di ogni applicazione.

Il laser a diodi (810-980 nm) applicato a bassa potenza — il cosiddetto LLLT, low-level laser therapy — ha mostrato in più studi controllati una riduzione statisticamente significativa del dolore e dei tempi di guarigione nelle ulcere aftose orali, con profilo di sicurezza favorevole e assenza di effetti sistemici; la disponibilità crescente di dispositivi laser negli studi odontoiatrici rende questa opzione progressivamente più accessibile nella pratica clinica corrente. Per le forme maggiori o per i pazienti con SAR ad alta frequenza recidivante, l'approccio sistemico con colchicina a basso dosaggio, pentossifillina o — nei casi refrattari e in assenza di controindicazioni — talidomide a dosaggio controllato rappresenta una scelta terapeutica supportata da evidenze di livello moderato, da gestire preferibilmente in ambito specialistico con follow-up regolare.

La gestione del dolore acuto non va sottovalutata sul piano pratico: collutori anestetici a base di lidocaina viscosa al 2%, gel di acido ialuronico ad alta concentrazione — con funzione protettiva di barriera oltre che antinfiammatoria — e risciacqui con soluzione di sucralfato offrono sollievo sintomatico nelle ore più critiche e migliorano la compliance del paziente verso le terapie di fondo.

Prevenzione delle recidive e igiene orale nei soggetti predisposti

La riduzione della frequenza recidivante nelle ulcere gengivali passa per un'igiene orale meticolosa ma non aggressiva: l'uso di spazzolini a setole morbide, il controllo del trauma occlusale nei pazienti con parafunzioni notturne e l'eliminazione dalla dieta di alimenti notoriamente irritanti — acidi, piccanti, noci, cioccolato fondante — rappresentano misure di buonsenso che i pazienti riferiscono spesso come efficaci, anche se la loro valutazione scientifica rigorosa è complicata dalla variabilità individuale dei trigger. I dentifrici contenenti sodio lauril solfato — un tensioattivo ubiquitario nelle formulazioni commerciali — sono stati associati in diversi studi a un incremento della frequenza aftosa, e la loro sostituzione con prodotti SLS-free è una raccomandazione pratica a basso costo e senza controindicazioni che vale la pena proporre sistematicamente ai pazienti con SAR documentata.

Il monitoraggio periodico da parte del professionista rimane lo strumento più affidabile per intercettare precocemente i cambiamenti morfologici di lesioni ricorrenti e per adattare il piano terapeutico all'evoluzione clinica del singolo paziente; la relazione continuativa tra paziente e curante — costruita su anamnesi aggiornate e documentazione fotografica delle lesioni nel tempo — è la condizione che consente di distinguere la variabilità fisiologica degli episodi aftosi dall'emergenza di un quadro patologico che richiede escalation diagnostica o terapeutica.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to